Giuseppe Massari (1821-1884)

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E l’Italia segnatamente ha d’uopo più di tutte le altre nazioni d’Europa che le alleanze a cui accenniamo durino e prosperino: poiché dal cozzo delle grandi potenze civili tra di loro l’Italia non può aspettare nessun bene, dee temere danni infiniti, laddove dal loro accordo non può sperare ed aspettare se non vantaggio ed utile. L’Italia senz’alcun dubbio non deve aspettare dall’estero la propria salvezza : il principio della patria redenzione, diceva Gioberti nostro, non può essere forestiero, ma forestiera può esserne l’occasione: ora si presenterebbe mai questa occasione propizia e desiderata qualora le alleanze naturali della civiltà cedessero il posto a violente inimicizie oppure ad alleanze fattizie, fugaci e pronte a disfarsi col cessare della causa momentanea da cui furono prodotte? Dopo il Congresso di Parigi, segnatamente dopo la parte assunta con nobilissimo disinteresse e con preveggenza civile dal governo piemontese, queste asserzioni ci pare non abbiano mestieri di dimostrazione: la loro verità, la loro conformità coi fatti sono evidenti e palpabili. il governo piemontese ha fatta sua la questione italiana e l’ha detto all’Europa officiale, la quale non solo non ha dissentito, ma ha dichiaralo esplicitamente il governo piemontese apporsi al vero, essere d’uopo di fare qualche cosa, per adoperare la locuzione consacrata, per l’Italia. Il contegno delle potenze occidentali verso il governo napolitano, quello delle stesse potenze e della Russia e della Prussia verso il Piemonte in seguito alla rottura delle relazioni diplomatiche con l’Austria sono il corollario e la conferma delle dichiarazioni fatte nel Congresso di Parigi. Anziché essere una questione rivoluzionaria, la questione italiana è essenzialmente questione di ordine: per necessità di pace e di equilibrio, per tutela efficace dell’ordine dell’Europa essa va assestata secondo equità e secondo ragione. La forza morale raggiunta dal Piemonte, i grandi influssi politici acquistati dal suo governo nei consigli dell’Europa sono stati il portato naturale e benefico della dimostrazione patente e luminosa data all’Europa officiale, e da questa accettata, di un fatto di sommo momento, del divario essenziale, cioè, che corre fra la causa italiana e quella della rivoluzione. Questo divario anzi si risolve in un vero antagonismo, ed i guadagni falli da due anni in qua dalla causa italiana sono in proporzione delle perdile patite da quella della rivoluzione. Non è quindi d’uopo che noi ci facciamo ad esprimere la nostra opinione su i tentativi succeduti in diversi punti della nostra povera Penisola negli ultimi giorni di giugno scorso : questa opinione, si sottintende, è una riprovazione esplicita e senzarestrizioni. Non ricorderemo gii ammaestramenti della storia, poiché per i partiti avventati sono lettera morta: non ripeteremo come per opera di congiure e di sètte non si conquista la libertà; non ridiremo come non ci sia esempio al mondo di un paese che uno sbarco od una irruzione di fuorusciti abbia mai liberato dal giogo di dominazione estera o di tirannide domestica; a che pro ripetere cose che tutti sanno e contristare l’animo del lettore ed il nostro rammentando un nuovo deplorando esempio della inefficacia degli insegnamenti della istoria ? Finora almeno in tutte le imprese di questo conio si era mirato bensi a compromettere il Piemonte co’ suoi potenti vicini, si era mostrato tutta la buona intenzione di procacciar fastidi e difficoltà a questo nobile paese, ma non si era mai osato levare contro di esso lo stendardo della ribellione. Questa volta ci è progresso : e se a Genova il tentativo di rivoluzione non ha potuto essere attuato, ciò non è di certo avvenuto per mancanza di premeditato disegno né di volontà. Mani parricide hanno versato il sangue di un soldato piemontese, e poi si è osato scrivere che si volevano conquistare i soldati piemontesi alla causa italiana, come se da un pezzo quei soldati non fossero la gloria, il vanto, la tutela gagliarda dell’Italia! In Toscana si è ordinato da alcuni anni un piccolo esercito composto per la maggior parte di ufficiali e soldati che fecero le loro prove nella guerra del 1848: hanno voluto parimenti convertire alla causa italiana quei soldati trucidandoli a Livorno! Con queste atrocità si voleva liberare l’Italia. Adì 25 giugno il battello a vapore il Cagliari, destinato al servizio tra Genova, l’isola di Sardegna e Tunisi, salpava dal porto di Genova per recarsi al suo destino, ma alcuni fra ^l’imbarcati s’impossessarono della nave e mutando cammino si recarono all’isola di Ponza, dove, liberali i relegati, s’imbarcavano di bel nuovo e quindi andavano a prendere terra a Sapri nella provincia di Salerno, ed incontrati dalle truppe del governo napolitano e dalle guardie urbane, dopo accanito combattimento, alcuni di essi, con coraggio degno di causa migliore, miseramente perirono , mentre i superstiti eran fatti prigioni, ed ora sono sottoposti a giudizio! Un parricidio tentato a Genova, nefande uccisioni a Livorno, inutile sagrifizio di vite umane nel regno di Napoli: ecco i luttuosi episodii della lugubre tragedia. Quali accoglienze questi tentativi si abbiano avuto dalle popolazioni dicono i fatti con la massima evidenza: né la controversia del canone gabellano, né la suscettività municipale offesa dalla traslazione della marineria militare alla Spezia hanno persuaso i Genovesi ad attestare la menoma sorta di simpatia agli autori del tentativo. La popolazione livornese, commossa dai sanguinosi eventi fu àlienissima dal dare il menomo indizio di connivenza o di plauso verso gli uccisori dei soldati. A’di 4 luglio i liberali napolitani con pubblica protesta solennemente dichiararono i loro sensi di disapprovazione verso gli autori del tentativo, e la loro devozione al principio costituzionale, il loro attaccamento alla causa di cui il governo piemontese è il rappresentante glorioso in Italia ed in Europa. In tutte le provincie d’Italia s’élevato unanime il grido di biasimo e di riprovazione. 11 senno politico degli Italiani si è rinvigorito fra le sventure ed i dolori e rifugge dalle esagerazioni, dalle idee superlative e dalle avventatezze. Gli eventi che siam venuti fin qui enumerando danno maggior risalto a questo fatto consolante. In guisa che, mentre da un lato le ire non dissimulate dei partiti avventati contro il governo piemontese hanno dato l’ultimo crollo alle odiose calunnie di coloro che ad ogni patio vogliono rappresentare il Piemonte come un antro di demagoghi, ed il governo del re Vittorio Emanuele come complice e fautore di anarchia, il contegno delle popolazioni italiane ha dimostrato in modo irrefragabile che esse ben sanno quali siano i mezzi di conseguire migliori destini, e quali siano le loro vere e naturali aspirazioni.

La sessione del Parlamento subalpino testé terminata e lo spellacelo dato dalle popolazioni di Bologna, di Ravenna, di Forlì e delle altre città e borgate delle Legazioni durante il viaggio del Santo Padre compiono vittoriosamente la dimostrazione del nostro assunto, attestano i numerosi elementi di forza e di avvenire che l’Italia possiede e chiariscono con una evidenza che non saprebbe desiderarsi maggiore quanto sia profondo l’abisso che divide la causa italiana da quella del disordine e della rivoluzione.

Il Parlamento subalpino incominciò i suoi lavori legislativi per la sessione del1857a di 7 gennaio e li terminò a di 16″ luglio. In questo breve periodo di poco più di sei mesi sono stale approvate leggi vitali ed importantissime, la cui applicazione conferirà grandemente allo sviluppamene delle forze materiali, economiche, morali, militari e civili del Piemonte. Le sterili discussioni politiche hanno ceduto il posto a pacate ed imponenti discussioni intorno ad argomenti pratici e positivi. Mentre la sessione era aperta scoppiò il conflitto tra l’Austria ed il governo piemontese: qual fu il contegno delle due Camere del Parlamento in sì grave emergenza? un silenzio dignitoso ed eloquente, il cui significato non è di certo sfuggito agli statisti di Vienna. A che pro le interpolazioni e gli ordini del giorno motivati, quando il governo aveva con tanto decoro e fermezza provveduto alla dignità della Corona e del paese, e tutelato i diritti della libera stampa? Le Camere attestarono la loro fiducia nel governo e l’approvazione verso i suoi atti sanzionando con imponenti maggioranze le proposte che più evidentemente miravano a provvedere all’ordinamento delle forze nazionali. Citeremo ad esempio la legge per l’ampliazione delle fortificazioni di Alessandria, quella sulla leva e quella per la traslazione della marineria militare e dell’arsenale navale da Genova allo stupendo porto che la natura ha dato all’Italia. Negli ordini economici la legge per la libertà dell’usura, negli ordini legislativi la legge sulle enfiteusi, negli ordini d’interesse materiale le leggi per la via ferrata dal Varo a Parmignola e quella per il traforo del Moncenisio: eccoil còmpito fornito dal Parlamento subalpino in pochi mesi. Se gli argomenti erano importanti, le discussioni, a cui diedero occasione, pareggiarono la loro altezza per la sostanza come per la forma. Lo stesso Parlamento inglese si terrebbe onorato di discussioni di quella fatta condotte con tanto decoro, abbellite da tanta eloquenza, liberissime ad un tempo e tranquille, solenni ed imponenti. La discussione sullo stabilimento della marineria militare alla Spezia merita speciale ricordanza: fu pari al concetto grandioso e nazionale di cui quella proposta è l’attuazione : i discorsi pronunciati in quella occasione dal conte di Cavour e dal ministro Paleocapa sovrastano ad ogni lode: di discorsi come quelli se ne ascoltano di rado, anche dall’alto della ringhiera britannica ! Un Parlamento che abbia fatta una sessione come quella del Parlamento subalpino nel1857deve andar superbo di se medesimo, ed il paese che può vantarsi di possedere un Parlamento di quella sorta è senza dubbio serbato a grandi destini e gloriosi.

Il viaggio di Sua Santità Pio IX nelle diverse province dello Stato romano ha dato, dall’altro canto, occasione agli abitanti, e segnatamente a quelli delle Legazioni, di manifestare i loro veri sentimenti, e di dimostrare come si possa avere il coraggio delle proprie opinioni anche in paese retto da governo assoluto e popolato da baionette austriache. Nella pazienza operosa, nella moderazione perseverante, nella virile fermezza dei propositi vanno ravvisati gl’indizi del progresso del vero senno politico, e da questi pregi è contrassegnato il procedere degli abitanti delle Legazioni nell’occasione di cui favelliamo. Per detti ed atti di quel genere non si possono avere se non sentimenti di plauso e di ammirazione: per questo rispetto il viaggio del Pontefice ha sortito un risultamento oltre ogni dire utile alla causa liberale. Non si apponeva dunque in falso il governo di Napoli, allorché a tutta possa si affaticava a distogliere Pio IX dal recarsi a visitare le provincie: quel governo, che la coscienza della sua intrinseca debolezza rende oculato e preveggente, ben comprendeva che il viaggio del Papa era un passo falso e pernicioso a quel sistema politico che fu convenuto nell’abboccamento di Porto d’Anzio in luglio dell’anno scorso. Il governo napolitano faceva il dilemma seguente: o durante il viaggio il Pontefice darà un’amnistia, farà concessioni, ed allora risorgeranno molte speranze, l’edifizio con tanto stento innalzato dalla reazione vacillerà ad ogni istante: ovvero non ci saranno né amnistia né concessioni, ed allora il malcontento delle popolazioni, cresciuto in proporzione del disinganno patito, conferirà nuova forza alla parte liberale, la quale avendo in tal guisa nuove e legittime ragioni di doglianza, guadagnerà in Europa nuove simpatie. Così ragionavano i rettori partenopei, e dal loro punto di vista non ragionavano male. La seconda parte del dilemma da essi enuncialo -è difatti quella che si è avverata, e per fermo i risultamenti sono proprio quelli che essi avevano preveduto dovessero essere. A prima giunta non si sarebbe mai potuto credere che. un sovrano imprendesse un pellegrinaggio ne’ suoi Stati senza preconcetto disegno, senza scopo determinato, e col proposito di non mutar niente, di non far nulla, di non toccare le cose di un capello, di lasciar lutto nello statu quo: eppure questa ipotesi, che sarebbe paruta inverosimile se non assurda, è ora fatto incontrastabile. Il Santo Padre partì da Roma il giorno 5 maggio: si disse che giunto a Bologna avrebbe promulgato amnistie e riforme: c’era perfino chi assicurava che i decreti relativi a questi provvedimenti erano già belli e stampati a Sinigaglia. Giunse il Papa a Bologna il giorno 9 giugno, e tranne alcune grazie fatte a qualche condannato per delitto ordinario, non fu promulgato nessun atto che accennasse alle voci che prima erano state sparse. Si disse allora il giorno prescelto dover essere il 16 giugno, in cui ricorreva l’undecimo anniversario della esaltazione al trono pontificio di Pio IX; passò il 16 giugno, e si soggiunse che lutto era differito ai 21 dello stesso mese, anniversario della incoronazione: passò anche il 21 giugno, ed allora si parlò del 20, festa dei Ss. Apostoli Pietro e Paolo: ma anche al giorno 20 toccò la stessa sorte, e la spetti jurium firmiorum espressa dai cittadini di Rimini nella iscrizione collocata sull’arco sotto il quale passò il Pontefice entrando in quella città rimase delusa. Le popolazioni avevano accollo il sovrano ed il supremo pastore della Chiesa senza entusiasmo , ma con molta riverenza: il sovrano non largì riforme, il pastore non proferi la parola di pace e di conciliazione. La cresciuta freddezza nel contegno delle popolazioni, di cui la gita recente a Ravenna ha fornito testimonianza non dubbia, dimostra abbastanza quali siano le impressioni degli abitanti, e come essi giudichino il procedere del governo. Ma se il governo non ha saputo cogliere la propizia occasione per appagare in parte almeno i ragionevoli desiderii delle popolazioni, queste hanno adempito nobilmente al loro dovere. A Bologna tocca la gloria di aver dato l’esempio, che dalle altre città è stato alacremente imitato. Bologna in giugno 1846 fu la prima città dello Stato Romano, dopo Osimo, a chiedere al conclave riforme, amnistia e strade ferrate; in agosto 1848 oppose indomita resistenza alle truppe straniere: in novembre dell’anno medesimo rifiutò di procedere alla scelta di un nuovo deputato al posto di Pellegrino Rossi, finché un processo criminale sul nefando assassinio non venisse fatto: nel 1849 spedì una deputazione a Gaeta per chiedere il ristabilimento delle franchigie costituzionali: in luglio 1856 per organo del suo consiglio municipale chiese di esser fatta libera dall’occupazione straniera. Nel 1857 Bologna è stata fedele alle sue nobili tradizioni, ed anche in questa occasione è stata la prima a levare la voce per dare contezza al principe dei patimenti e dei mali che travagliano la patria, e chiederne il rimedio. L’indirizzo a tal uopo presentato al Senatore della città, perchè si facesse interprete presso il principe de’ sensi de’ suoi concittadini è documento che torna a sommo onore di tutti coloro che l’hanno firmalo, ed attesta la civile maturità di quella eletta parte d’Italia. Gli abitanti di Ravenna, di Forlì, di Cesena, di Ferrara non hanno mancato di fare altrettanto : i loro indirizzi sono informati dai medesimi sensi, dettati con la stessa schiettezza coraggiosa ed invitta moderazione. La Camera di Commercio, gli studenti dell’università, gli avvocati di Bologna hanno parimenti fatti i loro indirizzi, e gli uomini più ragguardevoli che hanno potuto conversare col Santo Padre gli hanno esposto con franchezza riverente le vere condizioni del paese. Se dunque il sommo Pontefice tornando a Roma le condizioni dello Stato non saranno migliorate, ciò non sarà avvenuto per mancanza di coraggio e di lealtà per parte dei cittadini : essi hanno fornito il loro dovere con fermezza dignitosa, che non sarà mai abbastanza commendata e che dev’essere preposta ad esempio. Ed ora a quella schiera di onorandi uomini, che in tutte le occasioni hanno avuto il coraggio delle loro opinioni, e che, dopo essere stati maltrattati dai demagoghi come retrogradi, furono poi bersaglio prediletto delle ire dei reazionari, è mancato uno dei migliori, il giovine principe Annibale Simonetti di Ancona, che nel 1848 fu per pochi giorni ministro delle finanze di Pio IX, e quindi deputato della città nativa nel Parlamento costituzionale. Invitato sullo scorcio del 1847 a far parte della consulta di finanze convocata in Roma, non indugiò ad accattivarsi la stima de’ suoi colleghi per le profonde cognizioni economiche e per l’indole maschia e risoluta : in guisa che’, quando monsignor Monchini, che teneva il portafogli delle finanze nell’amministrazione di cui erano componenti il Recchi, il Minghelti, l’Aldobrandini, il Pasolini, ebbe rassegnata la sua demissione, egli fu chiamato a surrogarlo. Sopraggiungeva pochi giorni dopo la malaugurata enciclica del 29 aprile 18Ì8, ed il giovine ministro delle finanze, che al pari de’ suoi colleghi aveva in attestato di disapprovazione data la sua demissione, adempì tino all’ultimo momento con energia indomita tutti i doveri che la carica gl’imponeva, frammezzo ai tumulti che tennero dietro alla promulgazione dell’enciclica. In Parlamento, come nel ministero, propugnò gli stessi principii di indipendenza e di libertà, e Pellegrino Rossi, di santa memoria, faceva a buon diritto molto assegnamento sull’autorevole appoggio del Simonetti. Nelle successive vicende di rivoluzione e di reazione, il principe Simonetti tenne fede invariabile e costante alle sue opinioni. Questa lode, che tutti coloro i quali lo conobbero diranno meritala, è il miglior tributo che per noi possa rendersi di amichevole rimpianto alla sua memoria1. La Francia ha perduto in questo mese il suo gran poeta nazionale, Béranger. La sua memoria è onorata da tutti senza divano di opinioni né di parli politiche. Dopo Molière, dopo Voltaire la Francia non può vantare gloria maggiore del Béranger, né scrittore o poeta che più di lui abbia, senza partecipare attivamente alle faccende politiche, esercitati efficaci influssi su i destini della patria.

Torino, 31 luglio1857.

Giuseppe Massari

1 Il Direttore-Proprietario di questa effemeride, stretto da lunghi anni in intima amicizia col defunto principe Simonetti suo concittadino, e grato a lui per beneficii ricevuti, fa eco alle nobili parole del signor Massari, e depone anch’egli questo tributo di amicizia sulla sua tomba.

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