Giuseppe Massari (1821-1884)

Giuseppe Massari: Rassegna Politica. In: Rivista Contemporanea, volume decimo, anno quinto, Torino, Pelazza, Tipografia economica, 1857, pp. 449-463. »

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Rassegna Politica

Le Indie orientali e l’Italia sono stati i due paesi che hanno maggiormente riscossa in questi ultimi giorni l’attenzione degli uomini politici. La stessa questione dell’ordinamento de’ Principati Danubiani, che si va ingarbugliando più che mai, e che grazie alla ostinazione dei caimacan, segnatamente di quello della Moldavia, alla debolezza del governo ottomano ed ai dissidii fra i plenipotenziarii europei, invece di accostarsi ad un equo scioglimento se ne allontana, ha dovuto cedere il posto alle altre questioni teste accennate.

I potenti influssi politici che l’Inghilterra esercita sui i destini del mondo, e la cresciuta ingerenza di quel governo in tutte le faccende che sono di maggior momento per l’Europa bastano a render ragione della impressione prodotta dovunque dalla nuova dei casi delle Indie orientali. Questa impressione è stata — e non poteva essere altrimenti — profonda assai a Londra ed in tutte le provincie de’ tre regni uniti, ma non è stata nelle altre contrade di Europa né meno viva né meno intensa. È il fato delle grandi nazioni: il resto del mondo non può starsene indifferente a tutto ciò che le concerne: ed i loro avvenimenti interni raggiungono agevolmente le proporzioni di grandi avvenimenti politici, a cui tutti rivolgono attenzione premurosa. Ciò è stato sempre vero: ed oggi è verissimo atteso l’aumentato sviluppamento delle relazioni tra nazione e nazione, e la solidarità che stringe le une alle altre le genti civili della terra. Coloro medesimi, i quali oggi si affrettano a cogliere l’occasione per gridare che l’estrema ora dell’Inghilterra è suonata e che la declinazione della colossale potenza è incominciata, rendono omaggio involontario, e quindi più significante, al fatto che noi testé abbiamoenunciato: nelle stesse imprecazioni di costoro si ravvisa la dimostrazione dell’alto posto che l’Inghilterra occupa nella gerarchia delle genti incivilite. Affrettiamoci a soggiungere, che indipendentemente dalle ragioni di umanità e da quelle che derivano dalla affettuosa simpatia verso il governo e la nazione inglese noi non possiamo non contemplare col massimo rincrescimento tutte quelle eventualità, che anche momentaneamente possono sortir per effetto di distogliere l’attenzione dei governanti e del pubblico inglese dalle cose di Europa e da quelle d’Italia segnatamente, e che perciò facciamo caldi voti perchè presto le faccende delle Indie abbiano ad essere composte e la pace abbia ad essere ripristinata nel vasto imperio che l’Inghilterra possiede in Oriente.

Per la vastità della estensione ed il numero degli abitanti l’impero anglo-indiano è esempio maraviglioso della sapienza e della grandezza dei dominatori britannici. 11 territorio di quell’impero agguaglia pressoché quello dell’Europa, e la popolazione da cui è abitato tocca quasi ai 200 milioni. È diviso in quattro presidenze, le quali vanno classificate nell’ordine seguente: 1° quella di Calcutta o del Bengala, che è attualmente la sede della rivoluzione; 2° quella di Madras; 3° quella di Bombay; 4° quella di Agra. Ogni presidenza è suddivisa in distretti, ed è amministrata da un governatore, il quale dipende dal governatore generale. La nomina del governatore generale è fatta dal governo inglese e dalla Compagnia delle Indie: ed esso governatore è una specie di viceré, il quale in caso di necessità può perfino dichiarare la guerra. L’amministrazione suprema delle Indie orientali è nelle mani di una Compagnia particolare, il cui capitale è diviso in duemila azioni, e che è rappresentata da un comitato scelto dagli azionisti. Questo comitato risiede in Londra: era composto dapprima di trenta direttori, ma nel 1854 il numero di questi fu ridotto a soli diciotto: amministra e regola le cose delle Indie sotto la sorveglianza del governo, e procede alla nomina ed alla revoca dei diversi impiegati, sempre però col beneplacito del governo. Gli impieghi e le pubbliche cariche di ordine superiore sono sostenute da inglesi: gl’impieghi e le cariche subalterne o da inglesi ovvero da indigeni. L’esercito è composto da un numero determinalo e ristretto di truppe britanniche, per le quali la Compagnia paga una indennità annua al governo, e da un numero maggiore di reggimenti indigeni. L’ordinamento di questi reggimenti è all’intuito identico a quello dell’esercito britannico: ognuno di essi si divide in nove compagnie, ed è comandato da un colonnello, da un maggiore, da sei capitani e da diciotto tenenti inglesi e da nove capitani e nove lenenti indigeni: i primi però non sogliono far servizio se non in tempi di guerra, e l’ultimo sottotenente inglese ha diritto di essere obbedito dai capitani indiani. I bassi officiali sono indigeni. In tal guisa l’Inghilterra ha sciolto il difficile problema di conservare con poche forze proprie una dominazione vasta e lontana. Per quanto poiconcerne l’andamento delle cose interne, il governo inglese si è appigliato al partito di dimostrare alle popolazioni quali sieno i vantaggi pratici della civiltà senza ingerirsi né delle loro credenze né de’loro costumi, e senza far loro nessuna sorta di violenza. Per virtù di naturale incremento e per necessità di conquista le proporzioni territoriali dell’impero angloindiano sono andate sempre crescendo, ed il senno politico non mancò mai di coronar l’opera del valor militare. La storia della dominazione britannica nelle Indie orientali è una delle più importanti ed imponenti pagine della storia generale del mondo, ed è monumento della capienza e del genio civile della nazione inglese. I nomi dei Clivo, dei Warren Hastings, dei Cornwallis, dei Wellesley e di altri ricordano gesti ed opere che riscossero alcune volte giudizio di meritata severità, ma che segnano le vicende diverse del successivo incremento della potenza inglese nelle Indie.

Premessi questi brevi cenni ci sarà ora agevole di dichiarare quali siano state le vere cagioni della sedizione testé succeduta, e che il governo inglese è attualmente intento a reprimere. È stato narrato come la causa della sommossa sia stata l’ordine dato dal governo locale d’ingrassare le capsule delle nuove carabine Ensfield col grasso di porco o di bue, ciocché offendeva i pregiudizi religiosi e di casta dei soldati indigeni: ma evidentemente se questa è stata, come pare non vi sia dubbio, la causa prossima, immediata, occasionale, non si può dire che sia la sola né soprattutto la essenziale. E prima di ogni altra cosa, fra le maggiori cagioni della sedizione dev’essere annoverato il rilasciamento della disciplina nelle file dell’esercito indigeno. L’India è un paese dove gl’influssi di casta sono onnipotenti: ed i Cipay (Sepoys) di casta elevata posseggono molta autorità e prestigio presso le caste inferiori. La maggior parte degli uffiziali inglesi più attivi e più giovani hanno preferito al servizio militare dei gradi nell’amministrazione civile, come per esempio quelli di ispettori e di sovrintendenti delle pubbliche costruzioni, delle vie ferrate, dei canali e dei telegrafi. Dall’assenza di questi ufficiali è risultato che i reggimenti sono rimasti compiutamente in balia de’ sottuffiziali indigeni appartenenti all’altra casta. In alcuni di questi reggimenti seicento su mille uomini sono Bramini, vale a dire preti del culto indiano, e costoro non hanno mancalo di desiare a danno della disciplina militare il fanatismo religioso, e quindi lo spirito d’insubordinazione. Il centro della religione di Brama è appunto la città di Dehli, e ciò spiega come questa sia diventata la sede principale della sommossa. I Bramini quindi ed i Cipay, a cui erano stati sempre usati maggiori riguardi che non ai reggimenti di caste inferiori, si affrettarono a profittare del rilasciamento della disciplina per dare opera ad una sedizione militare, e proclamare a Dehli il nuovo imperatore del Mogol. Mancavano i mezzi per opporsi all’attuazione di questi disegni: i quartieri delle truppe indigene sono distinti e separati da quelli delle truppe britanniche: non c’era l’occhio vigile degli uffiziali inglesi: il colonnello comandante i reggimenti che si ammutinarono era vecchio e poco idoneo a fare provvedimenti energici: i pochi uffiziali subalterni inglesi che potevano opporsi alla sedizione nei suoi primordii erano giovani e scarseggianti assai di esperienza : quindi è che tornò agevole ai rivoltosi di disporre di molle armi e di munizioni, d’impossessarsi dell’erario, r di far guardia ai depositi e magazzini. Dicevamo poc’anzi, che l’affare dell’ingrassamento delle cartucce forni il pretesto favorevole alle mire ed a’ disegni de’fautori della sommossa, ed ecco in qual guisa. Nelle Indie un uomo appartenente ad una data casta è perduto, scapita dalla sua dignità se tocca cose impure, vale a dire cose che il rito religioso gli vieta di toccare : e la dignità di casta una volta perduta non si riacquista più, se non mediante ingenti sagrifizi di danaro, a cui ben pochi possono soggiacere. Un uomo che scapita dalla dignità della sua casta è perduto nelle Indie, e si trova in peggior condizione di quella in che cade in Europa o presso qualsivoglia altra parte incivilita del globo colui che perde i diritti civili. Il toccare le cartucce ingrassate col grasso di bue o di porco implica per l’appunto il caso di cui accenniamo: e quindi l’ordine relativo a quelle cartucce sortì l’effetto di dare alla rivoluzione un fondamento religioso. Lo stabilimento di scuole di missionarii cristiani (protestanti, presbiteriani o cattolici) aggiungeva esca al fuoco, ed infiammava sempre più il fanatismo religioso delle popolazioni. Ognuno comprende quali elementi di forza questa condizione di cose arrecasse ai promotori della ribellione, i quali spiavano con ansietà il momento opportuno per recare ad alto i loro progetti, e stimarono che questo momento fosse giunto, allorché l’Inghilterra essendo impegnala in guerre contro la Persia e la Cina, parve probabile che le truppe britanniche partissero tutte dal territorio indiano. Ciocché prova che i promotori della ribellione hanno fatto assai male i loro calcoli è il contegno delle truppe indigene nelle presidenze di Bombay e di Madras. Le istigazioni a ribellarsi non sono di certo mancate: non sono difettati gl’influssi sempre contagiosi dell’esempio; eppure i reggimenti di Bombay e di Madras non hanno violato il loro debito di fedeltà, e la sedizione non ha oltrepassato le file de’ reggimenti del Bengala. Tutt’i corpi di truppe irregolari appartenenti al culto musulmano od al buddista hanno fatto altrettanto. La sedizione è stata opera esclusiva dei Bramini, e dopo il suo scoppio è rimasta dentro questi confini. Le più recenti notizie partecipate dai ministri britannici alle due Camere del Parlamento confermano pienamente questi ragguagli: e perciò ora la questione si trova ridotta ad una semplice questione di tempo. È d’uopo che le truppe inglesi ricevano dei rinforzi, poiché il loro numero attuale è scarsissimo. Sotto la città di Delhi, a cagion d’esempio, il numero dei soldati inglesi, capitanati dal generale Barnard, non raggiunge i duemila, laddove quello degl’insorti oltrepassa il decuplo: perciò Delhi resiste, ma i ribelli non hanno guadagnato un palmo di terreno, poiché tutt’i tentativi di sortita per essi fatti da quella piazza sono stati infelici, e pochi soldati britannici sono bastati a ricacciarli nelle mura della città con gravi perdite. Il governo inglese, persuaso che in simili congiunture è anzitutto mestieri di operare senza perdita di tempo e con energia efficace, ha dato molli ordini e fatto spediti provvedimenti perchè un forte nerbo di truppe abbia a trovarsi presto sul teatro degli avvenimenti e ridurre gl’insorti alla ragione. È vezzo di certa gente di accagionare i governi costituzionali e liberi di lentezza e di fiacchezza: l’attuale contegno del governo britannico attesta a chiare note quanto si appongano in falso coloro che cosi ragionano. La repressione dei moti delle Indie sarà pronta ed energica, come se gli ordini procedessero da un principe assoluto, e quando tutto sarà terminato, quando le leggi e la forza dell’autorità avranno avuto il sopravvento, allora — ma allora soltanto — il governo inglese con la saviezza e con l’illuminato amore di civiltà che lo contrassegnano provvedere alle opportune riforme ed alle utili concessioni. Il comando supremo delle truppe inglesi nelle Indie, vacante per la morte del generale Anson, spento dal cholera, è stato affidato al valoroso vicino dell’esercito piemontese in Crimea, all’illustre generale che coi suoi Scozzesi seppe reggere all’impeto della cavalleria russa e la sbaragliò nella memorabile giornata di Balaclava (25 ottobre \ 854), a sir Colin Campbell. Dopo che egli ebbe accettata la nomina, il ministro della guerra chiese a sir Colin fra quanti giorni intendesse mettersi in cammino per recarsi a togliere effettivamente il comando a cui era destinato: il prode soldato rispose con laconismo antico: partirò domani. E la dimani difatti partiva per Marsiglia, dove s’imbarcava sul Yaectis, e se ne andava nelle Indie. Sir Colin Campbell ebbe altra volta parte gloriosa alle guerre indiane, e però la sua scelta è stata la più acconcia e la più confacente alle attuali emergenze. Ha contezza degli uomini, de’ luoghi e de’costumi: i destini della dominazione britannica nelle Indie non potevano essere affidati a mani migliori nò più esperte. I Cipay sono in voce di essere i migliori soldati delle Indie, e difalli sotto l’abile direzione dei Clive, degli Hastings, dei Cornwallis e dei Wellesley, da cui furono disciplinati, guadagnarono nei tempi andati molte vittorie contro altri soldati indiani: ma è indubitato che quei valorosi ed accorti capi avrebbero conseguito lo stesso risultamento con altri soldati: e forse toccherà ora a sir Colin Campbell la gloria di battere coi soldati altra volta battuti dai Cipay sotto la direzione dei capitani testé nominati, i Cipay medesimi, infedeli alla disciplina ed alla osservanza dei loro obblighi verso l’Inghilterra.

lla tornata della Camera dei Comuni dei 27 di questo mese il capo della opposizione tory, il signor Beniamino D’Israeli, lamentando i disordini succeduti nelle Indie, ne ravvisava la cagione nella poca riverenza usata dagli Inglesi alle credenze religiose delle popolazioni, e censurava con risentite parole il contegno dell’amministrazione. Un altro deputalo tory, il signor Whiteside, faceva eco a questi lamenti ed a queste accuse; rispondeva dapprima a nome del governo il signor Vernon Smith (presidente del dicastero per gli affari delle Indie, che è denominalo Board of Control), ponendo da banda la questione retrospettiva e dimostrando come i ministri compresi dalla grande responsabilità che lor grava le spalle non hanno mancato uè mancheranno di dare opera a tutti quei provvedimenti che possono essere stimati efficaci a debellar la sommossa, e quindi penseranno ai mezzi di assicurare durevolmente la pubblica tranquillità rimuovendo le cause di malcontento e di dissidio. Lord John Russell rifletteva che, nelle attuali emergenze, la Camera, astenendosi dai biasimi e dalie censure, deve arrecarsi a premura di accrescere il prestigio e l’autorità morale del governo della regina facendo ad esso profferta del suo appoggio: e perciò proponeva che invece di aderire alla mozione di censura suggerita dal signor D’Israeli l’assemblea deliberasse di presentare alla Regina un indirizzo, nel quale fossero espressi i sensi cui accennava. La opportuna e patriotica proposta incontrava mollo favore nella Camera, riscuoteva gli elogi di lord Palmerston ed era approvala pressochè senza contraddizione. Né potevano i rappresentanti della nazione inglese appigliarsi a risoluzione più decorosa o più opportuna di questa: poichè anche menando per vere e per buone tutte le ragioni allegate dal signor D’Israeli, a che cosa sarebbe mai giovala una mozione di censura ora che la guerra ferve e che lo stendardo della ribellione sventola sulle mura di Dehli ? L’approvazione di una mozione di quella l’alta avrebbe implicalo una crisi e probabilmente un cangiamento ministeriale: e di quale utilità sarebbe ciò stato? mutando i consiglieri della corona si sarebber forse mutate le condizioni attuali delle Indie, e l’annuncio della demissione di lord Palmerston, del signor Vernon Smith e dei loro colleghi avrebbe forse fatte cader le armi dalle mani dei Cipay che si sono ribellati contro l’autorità inglese? Questo non è il momento di discutere sulle vere origini dei disordini e sugli espedienti che dovranno essere praticali per troncare il male dalla radice ed impedire che simili perturbazioni abbiano a rinnovarsi nell’avvenire. Il momento di agitare una discussione su ciò giungerà indubitatamente, ed allora il senno civile dei legislatori britannici provvederà a tutto: poichè, non giova dissimularlo, i fatti leste succeduti accennano a mali inveterati, a cui debbe arrecarsi rimedio, ad abusi incontrastabili che debbono cessare, a vizi di amministrazione che debbono essere rimossi. Da parecchi anni si va accreditando in Inghilterra l’opinione che l’amministrazione della Compagnia delle Indie non sia quella che meglio provveda alla sicurezza della dominazione britannica in quella parte del mondo, e per fermo gli eventi attuali, ben lungi dal toglier forza a questa opinione, la renderanno più verosìmile e più universale. Basta ricordare soltanto in qual guisa sia ordinato l’esercito anglo-indiano per persuadersi che su quelle basi le cose non possono procedere bene, e che una riforma è necessaria ed urgente. Il governo ed il Parlamento hanno già arrecato sostanziali modificazioni nella Carta della Compagnia delle Indie: la sommossa attuale consiglierà senza dubbio nuove e più larghe modificazioni, e noi non crediamo dilungarci dal vero affermando che fra breve volger di tempo la Compagnia non esìsterà più, ed il vasto impero anglo-indiano diventerà una colonia imperiale e sarà amministrato come tutte le altre colonie che l’Inghilterra possiede in tante regioni del globo. Le censure, che con poca opportunità e, diciamolo pure, con poca giustizia il signor D’Israeli rivolgeva ai ministri, potevano esser fatte con fondamento di ragione alla Compagnia delle Indie, la quale in questi ultimi tempi segnatamente pare abbia voluto darsi molto fastidio, non a consolidare, ma a disfare la dominazione britannica in quelle regioni. Né le Indie orientali scapiteranno nella loro prosperità e nelle loro sorti passando dall’amministrazione della Compagnia a quella immediata e diretta del governo inglese : questo cangiamento anzi tornerà ad esse di molto guadagno tanto sotto l’aspetto materiale quanto sotto l’espello civile e morale. Le condizioni floride e prospere delle altre colonie inglesi porgono la dimostrazione irrefragabile di questo presupposto. Gl’Inglesi hanno ereditato il genio colonizzatore degli antichi Romani,aggiungendovi tutti vantaggi e tutta la superiorità che son frullo della civiltà cristiana: gli Stati Uniti dell’America settentrionale e le repubbliche del mezzodì dell’America dimostrano col loro evidente contrapposto come sappiano colonizzare gl’Inglesi, e quanto sia diversa la sorte dei popoli soggetti al loro dominio da quella dei popoli che caddero in altre mani. Ed anche oggi chi vorrebbe paragonare il Canada con l’isola di Cuba? V’ha di più: gl’Inglesi non rifuggono dal promuovere per quanto è in poter loro l’incivilimento delle regioni per essi conquistate, anche quando hanno certezza che con la cresciuta civiltà si sviluppano desiderii ed aspirazioni incompatibili con la soggezione della colonia verso la madre-patria: basta ad essi la gloria di poter dire: abbiam perduta una colonia, ma abbiam dato alla civiltà una parte del mondo. Nel sottoporre alcuni anni or sono alla sanzione del Parlamento un bill che consacrava i principii di legislazione e di amministrazione, dai quali dovevano essere governate le colonie dell’Australia, lord John Russell, allora primo ministro, diceva schiettamente che attuando i provvedimenti proposti dal governo, le colonie dell’Australia ad epoca più o meno remota avrebbero finito col chiedere e col conseguire la loro emancipazione, ma che ciò non doveva distogliere i legislatori dall’approvare quei provvedimenti; appunto perchè all’Inghilterra sta a cuore sovra ogni altra cosa il progresso e la diffusione della civiltà cristiana. Quando scoppiò una insurrezione nel Capo di Buona Speranza, il conte Grey, ministro delle colonie, nelle istruzioni che dava al generale in capo ed al governatore della colonia li esortava a ricordarsi loro cura principale dovere essere quella non di esterminare i. Cafri ribelli, ma di conquistarli alla civiltà. Nel 1854, allorché si deliberava nella Camera ereditaria sulle modificazioni da arrecarsi appunto alla Carta ossia agli Statuti della Compagnia delle Indie, il conte di Derby diceva : « Non è giunto certamente il tempo di far partecipare le popolazioni delle Indie ai beneficii delle istituzioni europee: molti anni ancora scorreranno prima che cosiffatto cangiamento sia possibile: ma ciò che posso affermare si è essere nostro dovere, per riguardo agl’interessi dell’umanità, della morale e della religione, di provvedere a che gli abitanti delle Indie vadano gradatamente acquistando tutte quelle prerogative che è possibile conceder loro stando nei limiti della prudenza. E se il risultamento di questa graduata iniziazione di un popolo nell’arte di governarsi da sé, dovesse spingerlo a desiderare di avere una parte più attiva e più decisiva non solo nell’amministrazione giudiziaria, ma anche nelle faccende politiche, io dico, o signori, che quando anche da ciò fosse per derivare la caduta della gigantesca dominazione della Gran Bretagna nelle Indie orientali, quand’anche questa dominazione oggi onnipossente dovesse dopo secoli suicidarsi con le proprie mani, quand’anche ciò succedesse, rimarrebbe sempre alla nostra grande nazione la gloria incontrastabile di aver emancipato i popoli delle Indie dal giogo della ignoranza e della superstizione. » Questi sono i principii da cui s’informa la politica inglese nelle faccende di amministrazione coloniale, e ciò basta a dimostrare come la emancipazione delle Indie dalla dominazione britannica sarebbe adesso nociva agl’interessi della civiltà, ed a quelli delle medesime popolazioni, le quali abbandonate a loro medesime cadrebbero in balia dell’anarchia e sarebbero gravate più che mai dal giogo della ignoranza e della superstizione, da cui mediante la vigile ed illuminata tutela inglese saranno emancipate. Forse non mancherà taluno, che scambiando razze e geografia si figurerà che la ribellione degli Indiani è un conato verso l’indipendenza, un indizio di aspirazione verso l’ordinamento di una nazionalità indiana : ma gli uomini che pensano e che hanno contezza della vera condizione delle cose non piglieranno di certo un abbaglio cosi madornale. La sommossa dei Cipay è una sedizione militare bella e buona accesa dal fanatismo religioso dei Bramini: il desiderio d’indipendenza e di libertà non ci ha che fare nò punto né poco. Ad alcuni pure sembra che in seguito a questi fatti l’Inghilterra accondiscenderà più facilmente a transazioni intorno ad alcune questioni politiche che oggi si agitano in Europa. Noi crediamo che anche questo parere sia assolutamente erroneo. Noi siamo anzi persuasi che il governo inglese per tema di essere giudicato più debole starà più che mai fermo alle sue primitive risoluzioni. Ond’è che ci pare giusto conchiudere doversi desiderare la cessazione delle perturbazioni indiane ed il consolidamento della dominazione britannica e per carità illuminata dalla civiltà cristiana e per vantaggio di quelle popolazioni e per bene di tutta Europa, la cui pace sarebbe posta a grave repentaglio qualora certi dissidii fra l’Inghilterra ed altre potenze si ampliassero e sortissero il disastroso effetto di turbare quel sistema di alleanze, nella cui durata sono riposte le migliori e più fondate speranze per l’avvenire.

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